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Bologna, quando l'arte si fa conflitto

Di Emanuele Miraglia

Quanto sta avvenendo a Bologna in questi giorni è un vero terremoto emotivo per quanti attraversano la città. In breve, uno dei principali "boss" cittadini decide di fare una mostra sulla street art, senza il consenso degli artisti e contro la loro volontà. Ovviamente lo stesso fatto di inserire opere murali strappandole dal proprio contesto pubblico e aperto per inserirle in un polveroso museo a pagamento fa storcere il naso a molti: tra questi il più incazzato è indubbiamente Blu, che con l'aiuto dei centri sociali Crash e Xm24 si precipita in città cancellando con una mano di grigio tutte le sue opere per sottrarle alla speculazione e colmare il vuoto del dibattito con l'assenza. Se volete capire meglio qual è la situazione, chi è il boss, e cosa ne pensa Blu, vi segnalo il comunicato di WuMing sul sito Giap. Sulla questione più generale del rapporto arte/speculazione alla luce dei fatti recenti suggerisco la lettura di questo articolo.

Una delle opere trafugate che si troveranno esposte a palazzo Pepoli è un'opera di Blu strappata via dai vecchi capannoni in via Stalingrado, a Casaralta (vedi pagina Wikipedia su Casaralta).

A Casaralta io ci sono stato, in una giornata importante. Un primo appuntamento sui generis, a fare le foto nel degrado, come piccoli esploratori del ventunesimo secolo, scavalcando recinzioni scalcinate, conquistando nuovi spazi della città e del sentimento. Casaralta era un luogo d'archeologia industriale in cui si incontravano centinaia di murales (non solo quelli di Blu), piante e fiori cresciuti nel cemento, i resti di quelli che ci andavano ad abitare nel freddo delle notti, le carcasse di auto e moto, la saletta sindacale in cui si incontravano i cartelli e i comunicati dell'ultima battaglia, la mensa con l'ultimo menù appeso al muro, le scale divelte, i resti di qualche borsa rubata, e poi un frisbee, un televisore, i macchinari abbandonati, una sfumatura di colore. A Casaralta la gente c'è morta, consumata dall'amianto respirato ogni giorno di fottutissimo lavoro. A Casaralta ogni scritta, ogni disegno, era un tentativo di riconquista di vite consumate e gettate, un grido d'accusa alla logica del produci, consuma, crepa. A Casaralta mi sono innamorato, ho guardato il mondo insieme da un solo obiettivo, da lì ho seminato piccole piantine che hanno riempito un po' della mia vita. Tutto questo, nell'opera di Blu strappata dal muro di un vecchio edificio dismesso e poi affidato alla gentrificazione di quartiere, non lo troverete. Non troverete la mia vita, nè quella delle centinaia che sotto i tetti d'amianto ci andavano a dormire ogni notte, nè le ultime rivendicazioni sindacali affidate ai fogli che disseminavano il pavimento. Non troverete tutto ciò, nè troverete la multa piombata su AliCè per aver "imbrattato" i muri di Bologna, prima di essere rinchiusa negli spazi angusti del discreto e politicamente corretto. A Palazzo Pepoli troverete solo gli scarti rubati da chi condanna i metodi e s'accaparra i risultati. Troverete un'aberrazione, uno stupro!

Questo Blu ha voluto sottolineare con un estremo gesto di sottrazione. Molto si è detto dell'opera cancellata dal muro di XM24, forse una delle sue migliori (qui potete vederne il commento di WuMing), ma altre due opere ingrigite hanno a mio parere un significato ancora maggiore. La prima è quella che si trova, trovava, all'incrocio tra via Gandusio e via Zago. Caso ha voluto che nella notte tra sabato 12 e domenica 13 marzo, a due passi da quell'opera, si tenesse al Buco una serata in ricordo de "la Vereda", storico locale Bolognese che, come tanti altri, non è sopravvissuto alla mannaia che ha falcidiato la socialità cittadina. Ecco, nella notte tra sabato e domenica, fuori dal Buco, c'era solo un muro grigio a ricordare che "no, a Bologna non c'è più la Vereda, non c'è più Blu, non c'è più arte". L'altra opera cancellata parzialmente nella notte, ancora più significativa, è quella della prima occupazione di Bartleby, in via Capo di Lucca, disegnata da Ericailcane, Dem e Will Barras.

Quello spazio venne occupato nel pieno della mobilitazione dell'Onda, l'ultima grande mobilitazione studentesca. Quella prima occupazione di Bartleby avvenne nel pieno della partecipazione. Poi ce ne furono altre, sempre meno coinvolgenti, isolate dalla chiusura burocratica dell'attivismo e dal riflusso del movimento (su cui la direzione stessa di Bartleby aveva anche una responsabilità). Bartleby, il collettivo e lo spazio occupato, non c'è più da anni; ora non c'è più il muro dipinto.

Queste opere ingrigite ci dicono, quindi, che il gesto violento e straordinario di Blu non è una vittoria, ma è sì una ritirata intelligente, un'abile mossa del cavallo che ci permette di riflettere sugli errori, sulla situazione attuale, sulla mercificazione crescente di ogni spazio vitale. Solo tornando ad aprire importanti spazi di riflessione, questa scelta tattica, può segnare una nuova punteggiatura del discorso politico, capace di trasformare una sconfitta in un'opportunità di riorganizzazione nell'esercito disorientato della conflittualità sociale. La sfida è aperta. Raccogliamola!

foto di E. Miraglia

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