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Mostri in libertà contro le mostre dei padroni

Di Emanuele Miraglia

Gli è stata dichiarata guerra: lo hanno denigrato, hanno cercato di corrompere le sue fila, hanno provato ad annichilirlo normalizzando chi voleva esprimersi nel surreale, gli hanno aizzato contro i cani da guardia della stampa mainstream. Gli hanno dichiarato guerra e lo hanno risvegliato! Gli hanno dichiarato guerra e l’esercito dell’arte libera ha risposto! Lo ha fatto nel modo che gli è più congeniale, liberando bombe di colore, creando mostri rabbiosi da far pascolare negli spazi dell’abbandono, nelle periferie staempunk delle fabbriche dismesse. Ha risposto in maniera irriverente, irrispettosa, destabilizzante, l’esercito della creatività chiamato a raccolta.

La chiamata alle armi.

Dopo il tentativo di rinchiudere l’arte di strada nelle mura anguste delle stanze del potere, con una tecnica antiquata di carcerazione, comunemente chiamata “mostra” e dopo la sveglia Blu risuonata su Bologna per scuotere le coscienze addormentate della città (vedi articolo precedente) serviva una tromba di guerra per serrare le fila, per rispondere e contrattaccare di fronte al guanto di sfida lanciato dai poteri forti della città. E il corno di guerra è risuonato portando le sue vibrazioni oltre i colli e oltre i confini. A dargli fiato è stato Serendippo all’interno del progetto R.U.S.Co, che in dialetto bolognese sta per spazzatura e che per esteso vuol dire Recupero Urbano Spazi Comuni. È stato così che un posto abbandonato da anni, spazzatura della città, è stato trasformato in un tesoro inestimabile di creatività e bellezza artistica. L’ex Zincaturificio in via Stalingrado 63-65.5, destinato alla demolizione per essere assorbito dal nuovo polo fieristico, è diventato punto di incontro per un numero crescente di artisti, dando vita ad un una mostra im-permanente, effimera, precaria: più che una mostra un mostro, specchio della società, bello nella sua violenza simbolica, affascinante per la sua indomabile carica emotiva.

 

 

Lo spazio restituito.

Il campo di guerra è una fabbrica abbandonata da anni, uno dei tanti simboli della desertificazione industriale che lascia continuamente attorno a se cumuli di macerie, urbanistiche ed umane. Questo posto, così come tanti altri, verrà riqualificato (sic!), non per tornare produttivo, ma per essere inserito in quel grande carrozzone di speculazione chiamato “polo fieristico”.

All’interno di questo spazio vanno ad incontrarsi street artist chiamati a raccolta dai luoghi più disparati per iniziare un’esperienza straordinaria di condivisione e ispirazione artistica: una vera e propria esplosione di creatività che trasforma uno spazio morto in un luogo vitale e cangiante, in cui ogni muro si espande attraverso una nuova dimensione di colore e continua ancora a stratificarsi con nuovi interventi artistici incontrollati, inaspettati.

Vorrei poter fare una disamina degli artisti che hanno usato ogni singolo muro dell’ex Zincaturificio come una tela per le loro opere - e vi assicuro che alcune di queste hanno un impatto sTravolgente - ma non riuscirei a rendere a sufficienza la potenza emotiva che comporta camminare in questo devastante/devastato universo artistico. Una volta scavalcato il muro di recinzione del non-luogo dell’abbandono i piedi diventano insicuri del loro camminare, gli occhi vengono trascinati da una parte all’altra dalle opere, che escono dal confine degli spazi murali e chiamano la vista a farsi artefice della creazione, la mente è sballottolata in un vortice di sensazioni generatrici, deflagranti. Tutto è un orgasmo, una sorta di estasi incontrollata, un uragano di passioni e pulsioni.

 

 

Una sorprendente eccedenza sociale.

Il progetto in origine era pensato per essere reso fruibile a tutti attraverso spazi virtuali con la collaborazione di Humareels per questioni di sicurezza, ma quello che ne è nato è un vero e proprio pellegrinaggio, un’esperienza sociale sorprendente. Se pensate siano solo stravaganti ragazzetti dallo stile Hip-Hop ad aver frequentato gli spazi polverosi dell’ex fabbrica vi sbagliate di grosso. Nell’arco di tempo in cui ho goduto di questa straordinaria esperienza ho incontrato circa venti persone che si aggiravano per i vecchi capannoni abbandonati. Tra questi vi erano studenti e studentesse universitarie, due ragazzine che avranno avuto al massimo 13 anni, un signore sulla cinquantina che mi fa “è la prima volta che faccio una cosa come questa, che scavalco per entrare in un posto così”, un tipo in giacca sulla quarantina, varie macchine fotografiche a volte accompagnate da fotografi, coppie di mezz’età, alcuni ragazzi nordafricani che si preparavano da mangiare e che quegli spazi li frequentavano, loro malgrado, da prima che subissero l’attacco artistico (anche loro per un po’ sono diventati più visibili agli occhi dell’indifferenza).

Quest’incontro inaspettato è stata la restituzione del carattere prettamente sociale dell’opera d’arte. Quest’incontro, in fondo, è la vera opera d’arte.

 

 

Opere dentro e fuori.

Ovviamente gli artisti coinvolti nell’esperienza non si sono limitati allo spazio di via Stalingrado, ma hanno portato a buon fine attacchi che hanno coinvolto l’intera città con scorribande artistiche di grande impatto. Così tra le strade di Bologna oggi potete trovare ad ogni passo le opere di Spam, Snem, K2m, 5074, exit enter … Oggi, in giro per Bologna, ci sono mille segnali in più a ricordarci che bisogna eccedere, bisogna sfidare il potere, bisogna generare socialità contro l’individualismo imposto e diffuso. Oggi le strade di Bologna parlano e sfidano il silenzio. Urliamo!

foto di E. Miraglia

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