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Architettura disposizionale nella città disciplinata

Di Emanuele Miraglia, foto di E. Miraglia su Instagram

Mettiamo che siete appena arrivati in stazione a Bologna senza un soldo in tasca. I bagni del treno erano fuori uso e ve la state facendo addosso. Mettiamo che sul treno che avete pagato un fottio non c'era nessuna presa funzionante e che il vostro cellulare è scarico per cui non potete chiamare neanche il vostro amico che dovrebbe venire a prendervi.

Potreste provare ad usare i bagni della stazione ma, ops! sono a pagamento! Potreste provare in un bar, ma probabilmente vi chiederebbero di consumare qualcosa perché il bagno è solo per i clienti, e voi siete squattrinati. Potreste anche cercare di farla in un angolo di strada lì attorno, rischiando di incorrere in una multa da centinaia di euro, beccati da qualcuno tra sicurezza privata della stazione, polizia ferroviaria, camionetta fissa dell'esercito, carabinieri e polizia di pattuglia o qualche altro zelante tutore del "decoro urbano" in stile “cittadinanza attiva”. La privacy, comunque, non vi sarebbe concessa, dato che tutta la zona, per Kmq, è monitorata costantemente da telecamere a circuito chiuso.
Questo è lo scenario a cui costantemente va incontro un senza tetto. Continuamente gli spazi cittadini lo escludono, lo rifiutano, lo pongono in una condizione di disagio e impotenza. Tutto ciò non si produce come eccezione, ma come regola, in ogni città.

Dispositivi sempre più articolati diventano parte integrante dell'architettura urbana, tanto da apparire connaturati all'esistenza stessa della città. Una costante invasione di ostacoli, costrizioni, indirizzamenti, “consigli” e divieti, percorsi pre-costituiti, infrastrutture vincolanti, delimitano i nostri percorsi e limitano le nostre azioni senza apparirci, il più delle volte, come una violazione di libertà. Eppure, in un surreale paradosso percettivo, gli spazi di libertà si presentano sempre più ristretti, le nostre azioni sempre più spersonalizzate, le possibilità di scelta sempre più limitate. Nel vortice della pervasività capitalistica lo spazio cittadino viene totalmente sottoposto agli interessi della mercificazione. Non esiste strada, parco, parcheggio, scuola, facoltà, luogo di lavoro che possa sottrarsi ai tentacoli del mercato.

Quando la “monetizzazione” dello spazio non può prodursi direttamente, quello stesso spazio si piega ad un'azione di disciplinamento politico e/o di sottrazione alla fruizione libera e gratuita. Da una parte c'è quindi il tentativo di “valorizzare” economicamente e immediatamente gli spazi in due modi: 1) creando luoghi di lavoro che permettano un più facile e invasivo processo di sfruttamento; 2) sottoponendo gli spazi alla pervasività del consumo, creando strade negozio, bagni a pagamento, locali per il tempo libero a pagamento, arte a pagamento, emozioni a pagamento. Dall'altra, dove non c'è la possibilità di monetizzare immediatamente gli spazi questi sono spesso soggetti a processi di disciplinamento degli individui. Un'azione politica costante che, servendosi di pari passo della coercizione e della proposizione, assoggetta gli individui a un disegno centralizzato che struttura funzionalmente la collettività. Gli spazi funzionali creano individui funzionali, performanti.

Il ruolo degli spazi non è più, dunque, quello di permettere il libero dispiegarsi della vitalità, ma quello di far realizzare, di protendere verso un obiettivo. È così che ogni spazio deve rispondere agli obiettivi per cui è stato progettato: non può essere agito, non c'è margine di realizzazione di qualcosa d'altro rispetto alla sua differenziazione funzionale: gli spazi diventano palcoscenici, dove ognuno può essere attore dentro un'ambientazione pre-definita e determinata, libero di interpretare il proprio personaggio, ma non di essere agente del e sul proprio mondo. Ogni spazio deve rispondere a una sola richiesta, a un solo obiettivo: deve porsi come risposta a un solo bisogno già programmato, già immaginato al di fuori della comunità che dovrà servirsene. Così come la tecnica, la scienza, i mestieri, subiscono un processo costante di iper-specializzazione degradante per la realizzazione di una piena soggettività, così gli spazi si specializzano e si degradano, spersonalizzandosi. Ecco le biblioteche che possono essere vissute solo come biblioteche, i parco giochi che possono essere vissuti solo come parco giochi, le piazze bloccate tra limiti acustici e divieti che possono essere vissute solo come mercati. In ultimo gli spazi che non possono direttamente servire queste funzioni vengono semplicemente sottratti. Questa sottrazione permette di ridurre al minimo la possibilità di rispondere gratis a bisogni che si dovrebbero pagare.

 

Tutto il potere al mercato
Se questo è evidentissimo nelle politiche di liberalizzazione dei servizi, con tagli draconiani ai servizi essenziali e privatizzazione degli stessi, negli spazi si propone come chiusura, annullamento, ostacolo. Proprio a questo servono gli spuntoni sui gradini per evitare di sedersi in strada e consumare lì ciò che si è autoprodotto, le panchine con i braccioli al centro, i paletti sulle grate riscaldate, gli sfratti nelle case occupate perché non ci sia più possibilità di dormire senza pagare l'affitto o una stanza d'albergo. Così il capitale preferisce case sfitte, vuote, fatiscenti, parchi abbandonati, spazi inutilizzati se non possono essere sottoposti ai prezzi del mercato.

“Ci sono troppi recinti, sbarre, paletti, ztl, telecamere, indicazioni di divieto, cartelli con ordini, indicazioni da seguire, zone off limits, luoghi per pochi eletti... la distanza tra le abitazioni dei ricchi e dei poveri è di nuovo diventata incolmabile, il lusso dei palazzi del potere è sfrontato, l'architettura definisce in maniera visibile la città proibita e quella della restante parte degli esseri umani. Si fa passare per nuova, scientifica e neutrale, la vecchia e sempre utilizzata politica di pulizia/polizia classista che stabilisce l'equivalenza fra l'agire fuori dalla norma e l'essere fuori legge e prende di mira quartieri, soggetti, strati sociali etichettati per principio . La povertà e l'emarginazione hanno una gestione poliziesca.”

Questo passaggio di un'intervista a Elisabetta Teghil per la rivista Zapruder n35** rende plasticamente il quadro di città sempre più strutturate per essere acquistabili, non vivibili, in cui non v'è diritto di cittadinanza per chi non ha la capacità di pagare per fruire. È proprio in questa neutralizzazione e naturalizzazione che la violenza diviene ancora più pervasiva e strutturale. Non agiscono solo meccanismi di costrizione, ma di indirizzamento, dove ogni spazio viene pensato sulla base di una rigida funzionalità e non in base alla propria vivibilità comune, laddove il comune perde sempre più di senso. I cittadini sono privati della possibilità di decidere come un spazio debba essere fruito; ma la funzionalità degli spazi, definita politicamente dall'alto, agisce sulle persone, le indirizza, le “dispone” in modo tale da poterle sfruttare, spogliare, renderle produttive, consumarle all'interno dei meccanismi di accumulazione del capitale. Ogni spazio si sottopone alle esigenze del mercato e non può essere immaginato fuori dalla sua funzionalità commerciale. Gli spazi di socialità gratuiti, non rispondendo a nessun interesse economico diretto, vengono vietati, sfrattati, marginalizzati o etichettati come devianti. I luoghi di lavoro sono sempre più controllati, parcellizzati, annichilendo la socialità, riducendo al minimo il lavoro non produttivo, in cui ogni azione, ogni movimento, ogni tempo (compresi quelli di riposo) sono pensati per ridurre al minimo la spesa, aumentando il processo di sfruttamento del lavoro e il logoramento dei lavoratori stessi.

Descrive la Teghil: “... una pletora di sistemi e di schedature che invadono le piazze, le vie, i luoghi di lavoro, le abitazioni.” Una sorta di folle utopia distopica si pone l'obiettivo di controllare e disporre le persone all'interno di meccanismi finemente programmati, ma si scontra continuamente con l'impossibilità di governare una vitalità che non può essere ridotta a ingranaggio macchinico. In ogni dove il desiderio individuale umano si esprime rompendo gli argini del flusso delineato e premeditato degli eventi. La riproduzione costante di bisogni indotti, di cui il sistema capitalista si dota per indirizzare e modellare i consumi, si scontra con l'impossibilità di produrre gli strumenti del loro soddisfacimento. Proprio in questa fessura, tra la promessa messianica e la povertà strutturale, si pone lo spazio per l'espressione del desiderio, che travalica ed eccede gli angusti spazi della funzionalità commerciale. Ed è dentro questa fessura che si generano forme di resistenza continue, che vivono anche della costante contrapposizione di interessi economici differenti, spesso divergenti, presenti nei piani del potere. Così il mercato in crisi, nel momento stesso in cui cerca di indirizzare la società, viene scosso dalle sue mille direzioni di marcia che lo lacerano nei mille pezzi dell'anarchia economica.

Il progetto dell'utopia panottica padronale di controllo costante si scontra con l'incapacità di una programmazione solida e sostenibile degli obiettivi. Il tossicodipendente scalciato via dagli spuntoni che violentano un gradino andrà a bucarsi nel gradino della porta accanto; il disagio affogato tra i banchi di una biblioteca si esprimerà nelle strade della città, la socialità strozzata sui luoghi di lavoro si esprimerà fuori dalla fabbrica durante un blocco ai cancelli. Questo accavallarsi di contraddizioni ammutolite e represse e poi ancora rinascenti in forme rinnovate crea scenari inaspettati ed emergenti. Il sogno di controllo sta generando la base di un equilibrio sempre più precario. Nel seno della società dove ogni azione è impossibile, già cresce il seme di una società dove tutto è possibile, dove la risposta ai bisogni potrà essere sostituita dalla realizzazione dei desideri. La città fortino nasconde, sotto le sue solide mura, delle fondamenta di cartone. Orde di esclusi battono alle porte del privilegio.

Fonti: Zapruder 35 Settembre-Dicembre 2014 intervista a Elisabetta Teghil a cura di Lidia Martin “il carattere politico dello spazio urbano” 

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