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L'Europa in scena nella nuova produzione sperimentale dei Cantieri Koreja

Di Valeria Nicoletti

“Anche io volevo un dolore”, perché quello troppo forte, il dolore disumano, dà il diritto di essere pazzi, stravaganti, antipatici.

Rinfrescato da una tramontana inattesa, il chiostro dei Carmelitani a Lecce, dal 10 al 12 giugno, ha fatto da armoniosa scenografia a “La parola padre”, produzione teatrale sperimentale dei Cantieri Koreja, per la regia di Gabriele Vacis, tre giorni di prove aperte per uno spettacolo internazionale che, dopo la tappa leccese,  prende il largo alla volta dell’Adriatico.

Assiepati ai lati della scena, due appendiabiti colmi di costumi.

Al centro si erge un muro di bottiglie di plastica.

Qualcuno legge in polacco, in sovrimpressione le stesse parole in inglese. Una voce fuori campo traduce in italiano. In scena, sei giovani attrici selezionate attraverso un giro di seminari nell’Europa orientale, tre italiane, una polacca, una macedone e una bulgara, Ola, Anna Chiara, Simona, Irina, Alessandra, Rosaria, accomodate tra gli elementi della scenografia. Sei ragazze europee che si sono imbattute l’una nell’altra a uno dei tanti crocevia dei tempi moderni. E lentamente i piedi si muovono, girano su se stessi, poi il calpestio delle piante dei piedi diventa rotella di valigie.

Questa è la storia di un complesso. Di una bolla che, senza accorgersene, diventa sempre più grande, dietro le spalle di un popolo, o di una singola persona. Il bisogno di avere un legame di sangue. E al tempo stesso l’insopportabile responsabilità di quel medesimo legame. Come si fa ad uscirne?

La necessità di giustificare un’attitudine con un dolore originale. Di portarsi dietro una ferita atavica per poter essere scostanti e ribelli. “Io invece dovevo essere brava, gentile, obbediente, non potevo essere il contrario, non ne avevo alcun diritto.”

Tuttavia, ci si può sempre inventare un dolore e fingersi bizzarri, ingigantire a piacimento sensazioni e ricordi, tanto nessuno sarà lì a raccontarci com’è andata veramente, e a infrangere tali memorie ingloriose, lasciando andare in frantumi il proprio castello di rimossi, incompresi, peccati originali.

Durante i 95 minuti, ognuna delle sei attrici si lascia possedere dallo spirito di una patria violata, di una figlia tradita, di una bambina in colpa perché non ha soddisfatto le aspettative dei genitori, di una moglie sotto pressione. A ogni crisi, segue una ricostruzione. A ogni esplosione, segue un abbraccio.

Ogni impercettibile inclinazione della voce nasconde un conto in sospeso. Con il proprio padre. La propria famiglia. “Mi sentivo in colpa perché mia madre era stata violentata a 15 anni. E io no”.

Tutto è sospeso tra verità storica e intimità biografica, ricordi d’infanzia e brividi inesperti come quelli che scorrevano lungo le braccia quando, diradata la folla all’uscita da scuola, non si scorge alcuna figura familiare.

“Scusa papà… scusa… Volevo solo sapere quanto tempo mi rimane… Quanto tempo mi rimane da vivere… e come…tra quanto tempo non sarò più capace di fare questo. E poi questo.”

Tutto avviene in una traduzione pressoché simultanea, tra sorrisi, piccole incomprensioni, una complice superficialità, una comunicazione essenzialmente strategica e strategicamente essenziale. Le due file di spettatori sembrano tutte nascoste dietro il buco di una serratura, a spiare le chiacchiere di sei ragazze, sui fidanzati, l’ostilità dei padri, le parole non dette dalle madri.

Lo stesso regista ha dichiarato di essersi seduto davanti alle ragazze, chiedendo loro semplicemente di raccontarsi senza inventare trame e di ricordare quando hanno avuto paura per l’ultima volta, quando si sono sentite al sicuro, per un affresco d’Europa da portare in scena, tenuto su dalla paura, “il sentimento dominante del nostro tempo”.

Simile, negli intenti e nelle modalità, al progetto Plots, lo spettacolo punta a creare un network di teatri sperimentali, master class, produzioni e rassegna all’interno del progetto ARCHEO.S System of the Archaeological sites of the Adriatic Sea (finanziato nell'ambito del Programma IPA-Adriatico, Priorità II - Sviluppo delle Risorse Naturali e Culturali e Prevenzione dei Rischi, Misura 2.2 - Gestione delle Risorse Culturali e Naturali e Prevenzione dei Rischi Naturali e Tecnologici), programma europeo Adriatic IPA Cross Border Cooperation 2007/2013, che mette insieme sei Enti in riva al mare Adriatico: il Teatro Pubblico Pugliese (Lead Beneficiary-Puglia), il Comune di Fier (Albania), il Comune di Pazin (Croazia), il Comune di Igoumenitsa (Grecia), la Fondazione le Città del Teatro/Teatro Stabile delle Marche e l'Assessorato alle Politiche Culturali della Regione Abruzzo.

I tre giorni di prova sono solo la prima tappa di un progetto che, fino al 2013, coinvolge i paesi sfiorati dall’Adriatico, che partecipano mettendo a disposizione scenografie naturali, luoghi inediti, palcoscenici inattesi, per un vero e proprio modello di teatro diffuso, un’area di intervento inedita ed espansa, al fine di incrementare nuove possibilità di sviluppo sostenibile e promuovere la mobilità degli artisti, facendo del teatro “alimento primo di un’officina transfrontaliera che implementi le risorse del territorio”.

Lo spettacolo torna di scena nel Salento a luglio, a Brindisi, e il prossimo autunno inserito nella stagione teatrale dei Cantieri Koreja.

“La parola padre” è un imprevisto in scena. Una secchiata di libertà. Una calamita per memorie sopite e fremiti dimenticati. La stessa tramontana che sfiora i costumi di scena e travolge i capelli delle ragazze, dopo tre giorni di indifferente scirocco, sembra partecipare all’inquietudine. E alla fine, le gambe delle attrici si avvicinano e riprendono a ballare, il sorriso si allarga, il resto scompare, mentre la musica avvolge la scena.

And it breaks my heart.

Buio.

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