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Gli anni '60 raccontati dai Meridiani Perduti

Di Valeria Nicoletti

Lady Madonna, children at your feet. Così cantavano i Beatles. Eppure a Brindisi, sotto i piedi della Madonna c’era solo un serpente. E i quattro santi della chiesa del centro non assomigliavano neanche da lontano ai Fab Four. Però, forse guardando bene, senza sbattere gli occhi, dritto nei crateri della luna, si poteva immaginare il profilo di Gagarin, a un passo dal satellite.

Erano gli anni Sessanta. O almeno così dicevano. A Brindisi, c’erano i signori di sempre e gli stessi contadini, quelli che sicuramente dallo spazio non si vedevano, che la brace della sigaretta era orientata verso il basso perché fumavano al contrario, “per stravaganza”. C’era zio Tonino, orgoglioso di essersi caricato la zia per una trionfale 'fuitina' e c’erano, e forse c’erano sempre state, nonna Brigida e nonna Tetta. E poi c’era il corso, dove i maschi passeggiavano da un lato e le femmine dall’altro e i maschi, se volevano approcciare, si limitavano a un “Permetti ‘na parola?” neanche tanto convinto. Però, c’era anche Gagarin, lontano solo 362 chilometri a quanto diceva lo zio Enrico, e lui che leggeva “Flash Gordon” ne sapeva certo. E poi c’erano i Beatles che urlavano dalla televisione che un altro mondo stava cominciando dall’altra parte dell’Europa. Come si faceva a pensare alle vasche di corso Garibaldi? Ai ragazzi che passeggiavano dall’altra parte del marciapiede? Così, sì, è vero, “Life is very short and there’s no time”, ma c’era chi preferiva restare affacciata al Seno di Ponente, anche senza il fidanzato, anche superati i vent’anni, a immaginarsi come Valentina Tereskova.

Forse Brindisi doveva rimanere ferma, immobile in una fotografia d’epoca. Perché a Brindisi gli anni Sessanta sono arrivati con il primo lotto della Montecatini, le buste paghe per i giovani che solo un giorno prima andavano su e giù per le vasche, e le fiamme dei forni della fabbrica che, nella fantasia di una “guardastelle”, si mutavano in razzi al contrario, pronti a partire per lo spazio, e non terribilmente attaccati alla terra.

Ma intanto:Imagine. Questo era l’imperativo categorico di tutto un decennio che si chiudeva sulla cronaca di Tito Stagno dell’allunaggio, una voce che gracchiava dalla radio di fronte alle paste nel salotto di nonna Brigida, mentre c’era chi, sugli scogli di Brindisi, si concedeva al primo amore. Nessuno però l’aveva immaginato che, se il resto del mondo finiva di sognare con l’omicidio di John Lennon, l’8 dicembre del 1980, Brindisi si era pentita di essersi votata alla rivoluzione esattamente tre anni prima, l’8 dicembre del 1977, quando il reparto P2T della Montedison saltò all’aria insieme ai suoi eroi e alle sue illusioni di progresso, poco dopo la mezzanotte.

“Revolution”, questo il titolo dello spettacolo della compagnia Meridiani Perduti, andato in scena venerdì 28 settembre nel chiostro dell’ex convento degli Olivetani a Lecce, per la rassegna Il Teatro dei Luoghi fest a cura dei Cantieri Teatrali Koreja. A portare sul palco il testo orchestrato da Emiliano Poddi, che ha cucito insieme suggestioni e testimonianze, memorie e storie di paese, sono in tre, Sara Bevilacqua, giovane attrice brindisina, faccia cangiante, attraversata da tutte le inflessioni, cadenze e storpiature del dialetto brindisino, piglio istrionico e interpretazione da pelle d’oca, Daniele Guarini, al microfono, e Daniele Bove al pianoforte. Si contende il ruolo di protagonista, la musica dei Beatles, colonna sonora e quasi sceneggiatura stessa di questo coinvolgente teatro di narrazione che non cela, senza indulgere nella retorica, una forte denuncia sociale.

Si chiamano Meridiani Perduti, sebbene al centro dei loro spettacoli ci sia quasi sempre un riferimento alla terra che li ha visti muovere i primi passi sul palcoscenico e l’intento che li muove sia creare la prima compagnia di teatro stabile a Brindisi che, insieme ufficialmente dal 2009, conta già nove produzioni all’attivo e un costante lavoro di ricerca teatrale in corso.

Per “Revolution", i ragazzi di Meridiani Perduti viaggiano in compagnia del collettivo No al Carbone. Si consiglia una chiacchierata con i volontari al banchetto, per informarsi, prima, e dire no, poi, alla centrale più grande e inquinante d’Italia, la centrale elettrica a carbone Federico II di Cerano, di proprietà dell’Enel, con circa undici ettari di cantiere a cielo aperto che rilasciano polveri di carbone in tutta l’area circostante. Attualmente, sono 15 i dirigenti Enel indagati dalla procura di Brindisi con l’accusa di non aver adottato misure idonee a prevenire la diffusione delle polveri sulle colture e sugli edifici circostanti.

Finito lo spettacolo, spenti anche gli ultimi applausi, è facile, quasi automatico, immaginarsi sull’orlo di una rivoluzione, volersi sulla soglia di un cambiamento radicale. Strascichi di un passato a guardare le vasche da lontano, con poco interesse, forse. E conseguenze di un presente in cui neanche la luna sembra più da scoprire. O magari l’effetto esplosivo di uno spettacolo imperdibile, soprattutto sotto una luna così piena da illuminare da sola il viale degli Olivetani, sulla via del ritorno a casa, in bicicletta.

Don’t carry the world upon your shoulder. “Insomma Jude, nu te nde ‘ncaricare.” Per stasera, come strategia, me la faccio bastare.

Buio.

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