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Recensione del live all'Urban di Perugia

Di Benito Carrozza

Partecipare ad un live de Il Teatro degli Orrori è come ascoltare un loro disco, non si può rimanere indifferenti, bisogna prendere una posizione, non si può far finta di nulla e “guardare dall’altre parte”.

La cornice in questione è quella dell’Urban, live club in quel di Perugia, il locale ed il palco sono piuttosto grandi, fuori c’è un  vento glaciale ma dentro è un inferno di gente, fumo e sudore. E’ il duo elettronico 2Pigeons ad aprire la serata riuscendo a riscontrare i favori di un pubblico in evidente e fervente attesa dell’evento principale.

E’ passata non da molto la mezzanotte quando Il Teatro degli Orrori entra in scena, dalla loro fondazione nel 2007 la band ha sempre registrato in studio con i quattro componenti che l’hanno fondata (Pierpaolo Capovilla alla voce, Giulio Ragno Favero al basso, Gionata Mirai alla chitarra e Francesco Valente alla batteria) ma nei live ci sono stati ben 2 cambi di line-up, durante il tour per A Sangue Freddo Tommaso Mantelli (Captain Mantell) sostituì Ragno Favero  e si aggiunse Manzan (Bologna Violenta) come seconda chitarra e violino, questa volta al quartetto originale si aggiungono Kole Laca (2Pigeons) alle “diavolerie elettroniche” e Marcello Batelli (Non Voglio Che Clara) alle chitarre.

Ad aprire il concerto non poteva che essere la prima traccia del nuovo disco Il Mondo Nuovo (leggi la nostra recensione), Rivendico, nel mezzo una accurata alternanza di pezzi vecchi e nuovi, movimentati e non, e qualche canzone come Direzioni Diverse si veste di un nuovo arrangiamento, in questo caso equamente diviso tra elettronica e rock, il climax si raggiunge con La Canzone di Tom e sembrava si dovesse chiudere con la splendida Lezione di Musica quando Capovilla saluta e lascia il palco, invece il resto della band pensa bene di regalare un devastante finale post-rock.

L’acustica è ottima ma in sede di sound-check è stato fatto un evidente errore di equilibratura dei volumi, il basso è troppo alto e finisce addirittura per essere preponderante rispetto alle due chitarre, mentre Capovilla è costretto spesso ad urlare per farsi sentire.

Dal punto di vista tecnico l’esibizione non ne risente ed i problemi sopracitati si notano solo in alcune, poche, canzoni (su tutte Adrian) che non godono di una resa che renda loro giustizia, mentre dal punto di vista teatrale Capovilla è, come al solito, assoluto padrone del palco ed è lui a dirigere i sentimenti di chi lo ascolta, passando dalla commozione di Ion, alla rabbia di E Lei Venne, sino all’ entusiasmo di E’ Colpa Mia.

Il rapporto con il pubblico si fa viscerale, lui si sgola, si sbatte, e viene trascinato nello stage diving (in foto)  tra il delirio generale. Il prezzo del biglietto è più che ripagato, e nel freddo raggelante all’uscita del locale quello che si vede stampato sui volti di chi ha assistito al concerto è uno stanco e sofferto… sorriso.

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