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I Calibro 35 suonano inediti

Di Chiara Santantonio

 

Dopo aver omaggiato Ortolani, Trovajoli, Micalizzi, Goblin, Bacalov, Morricone, Umiliani ed altri Maestri per due album più uno (“Calibro35” nel 2008; “Ritornano quelli di Calibro 35” nel 2010; + “Rare” sempre nel 2010), dopo aver compiuto una preziosa ed unica indagine sul cinema del brivido in Italia, dopo aver conquistato l’oltrepalco (il pubblico) al punto di vincere il premio Mei come miglior tour italiano (2009), i Calibro 35 hanno deciso di raccogliersi in studio, lavorare intensamente per 5 giorni, registrare e restituirci un album di inediti. E l’hanno fatto a New York, negli studi “Brooklyn Recording” e “Mission Sound”.

Il risultato si chiama Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale proprio perché loro hanno scritto una sceneggiatura nuova, di loro pugno, ed era inevitabile che finissero col celebrare atmosfere cinematografiche di un determinato periodo, quello degli anni 70, dei polizieschi, del noire all’italiana. Atmosfere cinematografiche tese (ne è testimone anche la grafica del disco che ricorda i titoli di testa delle pellicole di Petri) espresse in chitarre e bassi dal suono sospetto, scuro, legnoso, misterioso, sensuale, ritmi incalzanti come un interrogatorio, fiati e synth lisergici, etilici. Immagini costituenti la normale realtà ispiratrice della band che scruta il buio metropolitano, focalizza la suspance sull’uomo vestito di nero che si alza il bavero e si guarda attorno, conosce le intenzioni dell’appariscente donna che aspetta all’angolo.

Meraviglia che la sintesi necessaria alla trasposizione di quella che nell'immaginario comune è musica da orchestra (o quanto meno da big band) abbia lasciato così tante sfaccettature, così tanta particolarità e varietà di suoni anche nell'esecuzione da parte della four-man band (più uno, fondamentale, Tommaso Colliva). Quest'aspetto, più evidente in precedenza, in "Ogni riferimento..." conferma la loro l'identità "rock-funky" intrisa di prog e contaminata dal jazz, ribadisce la bravura dei musicisti e gli riconosce una certa originalità anche nel trarre ispirazione.

La padronanza passionale che i Nostri hanno nei confronti della strumentazione si palesa in New York New York di Piero Piccioni sottoforma di un acid jazz fiatato e percosso da Enrico Gabrielli. Insieme alla nervosa ed irrequieta Passaggi del tempo di Morricone fanno le uniche due esecuzioni-tributo.
Poi sarà l’effetto del basso di Luca Cavina in Arrivederci e grazie che si impossesserà del vostro inconscio, e vi ritroverete facilmente a canticchiare anche Uh ah brr quando meno ve l’aspettate.
Fabio Rondanini spinge il rullante in La banda del BBQ, quando non resta che indossare dei Persol edizione Steve McQueen ed abbandonarsi al groove, che si incattivisce nelle chitarre di Martellotta in Massacro all’alba e si perde nel sitar di New Dehli Deli.

Come una sigaretta dopo l’altra, i pezzi alterano il battito cardiaco, si instaura un rapporto estremamente coinvolto col disco, come dopo esser incappati  in un assassinio, dopo essere stati adescati da una femme fatale, dopo aver contratto una dipendenza. Avrete l’esigenza di fuggire con un Alfa d’epoca, nella quale si possa ascoltare ancora “Ogni riferimento..”, ovvio. Parlavo di questa dipendenza.

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