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Le nostre impressioni sul concerto e l'intervista

Di Simone Potenza e Andrea Fiorito

La Brunori Sas è una di quelle band che uno dovrebbe prima ascoltare dal vivo e poi gli album.

Non ci dilungheremo molto nel descrivere il concerto perchè lo si può dire con molta semplicità, è stato un concerto bellissimo, con delle punte di share altissime, date dalla naturale simpaticità di Dario Brunori, cantante e ideatore del progetto. La naturalezza con la quale serviva le battute al pubblico negli intermezzi lo ha elevato ad ottimo showman.

L'esecuzione dei pezzi è stata fluidissima, gli arrangamenti, più complessi che nell'album (sopratutto quelli del suo primo lavoro), vestivano benissimo una chitarra acustica suonata con le mani. Merito anche della scelta della formazione: chitarra, batteria, piano, viola, fiati e compagna (cori, percussuoni e synth), si perchè sul palco anche la compagna di Brunori aveva un ruolo.Unica pecca  il  volume bassissimo di cori e percussioni risultati difficilmente udibili anche al più acuto ascoltatore.

Insomma è stato davvero un ottimo modo di passare la serata.

Un ringraziamento sentito va a Dario Brunori, e a Matteo Zanobini (Organetta Booking) per la disponibilità, la gentilezza e la simpatia. Allo Staff di Cool Club e al Corpo della Polizia Municipale di Lecce che ci ha fatto un bel regalo all'uscita.

L'intervista

Innanzi tutto come stai?

Visto che è la frase d’esordio nel mondo, ho una casa veramente adesso e sto lavorando ogni giorno. Diciamo che mi auto cito in un delirio di onnipotenza.

Sappi che in realtà non siamo dei giornalisti ma siamo qui solo per avere un cd gratis.

Me ne ero accorto subito, rientrate nella categoria che ho descritto nel libro (Cosa volete sentire), sappiate che abbiamo dei Cd finti che li mettete dentro e non c’è nulla.

Come mai nel secondo album hai cambiato un po’ il tema portante, passando dall’introspezione al guardare la vita degli altri.

In realtà in entrambi i casi non c’è una vera scelta dietro. Il perché me lo spiego con il fatto che sono nati in situazioni e contesti molto diversi a livello di vita. Se il primo disco era nato in un grande senso di solitudine, non che fossi realmente solo ma avevo modo di pensare a quello che mi accadeva intorno e dentro. Il secondo invece è capitato in un periodo in cui le cose sono accadute molto rapidamente e ho avuto la possibilità più di guardare fuori che di guardarmi dentro. Sicuramente due situazioni che rappresentato uno sparti acque dall’uscita del primo disco.

E quanto questo ha influito sull’esibizione live? In due anni quanto il cambio di approccio ha influito sul palco?

Sicuramente quello che fai influisce sul palco, e sicuramente siamo dei musicisti migliori rispetto a due anni fa, perché abbiamo avuto la possibilità e la fortuna soprattutto di suonare tante volte in cosi tanti luoghi che anche l’aspetto emotivo e la tranquillità con cui adesso lavoriamo si traduce anche nella fase esecutiva e non solo compositiva. E come un lavoro meccanico, più lo fai più ti riesce meglio.

Riguardo la scelta della band, è la classica band di amici o è stata scelta in base alle esigenze del palco?

È una situazione strana perché io non li conoscevo prima del primo disco, e non li ho selezionati con un metodo di scouting, ho conosciuto prima Dario (il tastierista) e lui suonava già con  Mirco e Massimo (fiati e batteria), Simona è la mia compagna di vita, è entrata per sua richiesta perché se andavo in giro da solo poteva essere pericoloso per la nostra unione coniugale, Stefano (viola) si è aggiunto dopo. Loro già si conoscevano, ci siamo trovati subito bene, e per me non è un rapporto con dei turnisti ma è una resident band che sento di coinvolgere in ogni cosa che faccio.

Cosa pensi della possibilità di liberalizzare il monopolio SIAE sul diritto d’autore?

Credo sia molto complesso, perché  le faccende burocratiche legate ai musicisti sono molto fumose. Non credo che ci siano delle condizioni a priori per considerare questo come un mestiere, ancora non si capisce quando è che uno comincia a farlo per mestiere e quando per svago. Soprattutto a livello di opinione pubblica, nonostante abbia fatto 60 concerti in sei mesi ancora devo sentirmi la famosa battuta “che fai? Il musicista. Si ma di lavoro?”. È una battuta ma rispecchia il vero. Vuol dire che se noi stessi non riconosciamo uno status è difficile chiedere un riconoscimento. Sicuramente la SIAE ha delle problematiche di fondo che sono le classiche problematiche di un’istituzione burocratica all’italiana. Io vengo dalla SUISA, anzi sono ancora registrato li, e ti posso dire che anche il metodo di deposito, che è una fesseria, in Svizzera è molto più semplice, tu mandi un cd con una track list in pdf ed è fatta. Qua da noi ci sono mille passaggi, gli spartiti e tutti i tanti passaggi obbligatori, è questo il problema. La necessità c’è, magari se si riuscisse a trovare un modo per gestire i diritti d’autore in maniera più intelligente cercando di capire le esigenze del musicista e di tutelare il creatore tenendo conto di quella che è la realtà e la modernità, in questo senso è plausibile e necessario che si sia un miglioramento, poi che venga dalla SIAE o da un altro soggetto liberalizzato io me lo posso solo augurare.

Domanda classica: come vedi il panorama e il concetto di musica indipendente? È solo un contenitore o si va al di là di questa classificazione?

L’etichetta nasce non per chi fa le cose ma per chi non le conosce, e devo far capire a chi non sa perché un musicista che io etichetta sto seguendo non è in Tv. Uno dice “ma chi è sto Brunori?”, dato che viviamo in un’epoca nella quale se non hai un certo tipo di visibilità non esisti, nasce l’esigenza di fare questa dicotomia, che ha volte è un modo per creare un contenitore per un certo tipo di cose che hanno un certo tipo di attitudine. Per me indipendenza ha a che fare con la possibilità di fare artisticamente quello che uno vuole, poi può capitare che una major dia comunque la libertà, ma nella pratica le cose che nascono in un certo ambito hanno un certo sapore e una certa attitudine. Generalmente.  Le major spesso hanno un potere così blando rispetto a quello che fanno, perché molto spesso non è neanche più l’etichetta a decidere quello che va e che non va. Se prendiamo una Top Ten vediamo che i soggetti sono personaggi televisivi che hanno fatto dischi. Quindi chi comanda? Chi decide? Chi propone? Una volta era le major a portare gli artisti in tv oggi è il contrario. Brunori è indie? Dente è indie? Bo. Per me indie significa che io mi faccio i dischi da solo, me li produco, li faccio come voglio io e non devo sottostare a nessuno poi che sia edito dalla Warner a me non significa niente. Poi se qualcuno ne vuole fare un discorso ideologico tanto di cappello. Ma quello non è più un concetto di indipendenza artistica ma solo ideologica.

La sede legale della Brunori Sas è a Cosenza. Ma vi piace proprio tanto fare mille volte la Salerno/Reggio Calabria?

Guarda ormai non ci stanchiamo neanche più, la accettiamo così’ come si può accettare la grandine o una tempesta. È quella classica rassegnazione che fortunatamente noi meridionali abbiamo, non abbiamo mai operato ribellioni di un certo tipo se non in un determinato periodo storico, ma di solito ci siamo sempre detti “va bene, adesso è così”. È ora di ribellarsi, prendiamo i forconi e ritorniamo al brigantaggio nei confronti della Salerno/Reggio Calabria, cerchiamo di rallentarli così blocchiamo i lavori che sono così celeri.

Il concerto di Brunori Sas è all'interno della rassegna "Verso Sud Festival". Per i dettagli su tutti gli altri concerti leggete qui: VERSO SUD

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