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Le nostre impressioni sul live e l'intervista

Di Chiara Santantonio

Il live dei Bud Spencer Blues Explosion, lo scorso 27 corrente mese, ha raccolto entusiasmo ancor prima di cominciare: il Triade di Copertino ha un palinsesto di live davvero interessante e in tutta risposta la gente è felice di popolarlo.

L’ambiente quindi era ben caldo quando Viterbini e Petulicchio hanno esordito con la loro intro di presentazione per poi trasformarsi dopo “dio odia i tristi” in un maremoto che spingeva onde qualche centimetro più giù, dove era difficile mantenere il capo fermo.
La band a due motori vanta prestazioni altissime, di potenza del suono innanzitutto: energia percepita sulle sei corde che subiscono ogni manipolazione (dallo slide al tapping) e sul ritmo tenuto a hit hat aperto o direttamente sui bordi del crash. Effettistica minima, interviene isolata nel coinvolgente vortice di sporco blues-grunge, pronto cambio chitarra ed espressioni facciali da trascinamento d’accordi. Riff e ritmi incalzanti, il live finisce prima che ce ne si possa render conto: un pezzo dietro l’altro, bandite superflue presentazioni; i testi, estremamente semplici e nella maggior parte dei casi con una struttura immediata stile coro da stadio, per i pochi che non li cantavano, risultavano impercettibili rispetto alla voce grossa delle distorsioni. Sembrava un concept live.
Nello stesso pezzo ci possono essere l'energia degli Zeppelin o i testi di Alex Britti, i Chemical Brothers, Jimi Hendrix, Blind Willie Johnson, e Adriano più ne ha, più ne mette, tanto le influenze alla fine avranno tutte lo stesso sound: quello che identifica i Bud Spencer.

La cinematica delle loro due sagome, elargitesi allo spiegamento di bacchette e plettro, si confrontava con luminose e trippedeliche proiezioni di sfondo. Non è la prima volta che Hermes Mangialardo allarga la percezione acustica di un live a quella visiva.

Loro suonano così dal 2007. Hanno cominciato autoprodotti con Happy, proseguito con un applaudito omonimo (Yorpicus, 2009), si sono presentati nella più congeniale dimensione live con Fuoco Lento (Yorpicus, 2011) e lo scorso Novembre hanno sfornato Do It (sempre per Yorpicus). Ma soprattutto è dal 2007 che possono vantare un’incessante attività live, che tra l’altro sta per sbarcare nel Nuovo Continente.

Dopo il live, Prendi il Largo ha chiacchierato con i BSBE, rivelatisi disponibili e bendisposti interlocutori, squisite persone, bravi musicisti che hanno un obiettivo principale: godere e far godere della propria musica per quella che è, per come a loro viene istintivo suonarla.


Innanzitutto, quanto conta davvero l’opinione che Dio ha nei confronti dei tristi? Non per speculare sul significato letterale del titolo ma per chiedervi come mai è stata questa affermazione a dare il titolo al vostro disco, nonché al vostro pezzo numero 8.

A: Per noi è importante, nella musica che facciamo, avere un atteggiamento positivo, laddove altri sentono magari di dover essere o tristi o decadentisti per produrre arte. Fare musica oggi in Italia è pesante, un lavoraccio, molto duro se lo vuoi fare seriamente, per cui credo vada affrontato con estrema positività soprattutto perché è un momento molto difficile. Per cui se non si ha un approccio positivo per me diventa un po’ mortificante

Effettivamente il messaggio è stato stato perfettamente rispecchiato dal live.
Le nostre aspettative sono state più che soddisfatte, noi invece vi siamo piaciuti? Anche questo vuole essere un modo per chiedervi quali erano invece le vostre aspettative, com’è andato il live per voi e se, magari, anche in altre occasioni come quella dello scorso Italia Wave qui a Lecce, avete avuto occasione di farvi un’idea dell’ambiente, dell’aria che si respira qui, riguardo alla realtà musicale.

C: Il live è andato benissimo, ci siamo divertiti perché il pubblico era molto partecipativo. Noi diciamo sempre “il live si fa tutti insieme”, ci piace quest’idea, improvvisiamo tanto e le improvvisazioni vengono fuori insieme al pubblico, è come un rito. Quando abbiamo date al Sud siamo sempre contentissimi, poi io sono pugliese (Leporano, TA) quindi sono di parte ma è evidente quanto bisogno ci sia di gruppi alternativi, di musica diversa, che non sia la cover band e questa serata ne è la dimostrazione. Lo dico perché conosco la realtà del territorio, infatti lunga vita a posti come il Triade che danno la possibilità a noi (musicisti in giro per lo stivale) di poterci esibire qui. Ci fa piacere suonare in generale ma venire al Sud in particolare: con 500 persone stasera, 600 ieri… ci fa molto effetto.

Nonostante in –possiamo considerarli- quattro album non vi siete mai smentiti stilisticamente c’è una grande divergenza di influenze nelle vostre traklist. Penso anche alla veracità di quello che è ormai classificato come power blues che però lascia convivenza a pezzi potenzialmente pop tipo “come un mare” ed a testi assolutamente easy. Penso inoltre alla differenza tra live e studio: voi come vivete questi minimi scarti d’identità? Cosa vi danno e cosa vi stimolano l’esibizione live e la registrazione in studio?

A: Noi abbiamo avuto sin dall’inizio un atteggiamento volto alla performance dal vivo, abbiamo sempre cercato di esprimerci al meglio con i concerti. Andando avanti c’è stata la curiosità, il bisogno di dover fermare delle idee, fare dei dischi. Questo è significato anche un po’ evolverci, maturare anche prospettive diverse come per esempio per gli arrangiamenti, per il sound. Abbiamo una composizione molto istintiva, non c’è niente di pensato troppo; l’unico momento in cui studiamo i risultati è appunto quando registriamo, per cui c’è un po’ questa dualità che però vivendo stiamo cercando di livellare. Credo che se con i live siamo qui (indica un livello col dorso della mano stesa), col disco magari siamo qui (con l’altra mano indica un livello appena più in alto, ndr). Sicuramente registrare serve, ci aiuta a maturare una coscienza artistica che stiamo pian piano avvertendo.

C: Noi inizialmente abbiamo deciso di fare il gruppo in due però non siamo partiti con una consapevolezza preventiva o con la convinzione “facciamo un gruppo tipo quelli”, sapendo quindi che sound dovevamo avere. È sempre stato ed è ancora un esperimento e sia il live che lo studio ci aiutano a capire molto del suono. Molte volte fai una cosa in sala che ti sembra fichissima, registri e fa cagare.

In effetti in uno sforzo di accostamento alle formazioni in due maggiormente attive al momento non ho trovato riscontri: White Stripes, Black Keys: le strutture dei loro pezzi sono relativamente definite, mentre la vostra composizione è ingenua, eccitata, sguinzagliata. Per quanto riguarda il territorio nazionale ho pensato agli Zeus sostanzialmente per un motivo: sono in due ma farebbero il casino di un’orchestra (noise): voi in che modo rendete completa e interessante una formazione essenziale? Quanto contano, in questo, le scelte strumentali?

A: Per quanto riguarda proprio il suono dello strumento ultimamente sto cercando di capire, perché ho tre chitarre diverse e molto spesso c’è un po’ la difficoltà a trovare un equilibrio. Questo è un aspetto sul quale non mi sono mai voluto focalizzare troppo perché per me suonare è fortemente legato all’istintività. Io quando ho una chitarra in mano, in generale, chiudo gli occhi e vado. Crescendo avverto sempre più l’esigenza di interfacciarmi alle particolarità dei suoni. Sto lavorando in questo senso: magari mi compro degli effetti che mi aiutano a definire un po’ più il suono, a capire quali sono le frequenze che servono per sopperire alla mancanza di un basso o altro, cercando sempre di ottenere un sound che sia efficace.

Cesare, quanti crash rompi al mese?

C: no al mese no, a tour. Tutti, tutto il set. Lo rompo. Picchio un po’ forte sui piatti. A volte riascolto le registrazioni e sento che suono troppo forte. Adesso sto usando piatti più pesanti, comunque. Anche quello è istintivo.

A: Io ho capito una cosa andando avanti e cioè io e Cesare siamo due ragazzi un po’ selvaggi, da quando ci siamo conosciuti.

C: Veniamo dalla provincia!

Voi avete iniziato a suonare insieme come? Amici? Insieme a scuola?

C: No, a scuola no perché io sono pugliese e lui romano, ci si conosceva tra musicisti, nell'ambiente delle band c'era molto scambio e una volta lui mi ha proposto di fare un duo. Abbiamo provato a vedere cosa sarebbe uscito da una chitarra e una batteria. Adriano aveva visto i Black Keys in America, poi me li ha fatti conoscere, siamo andati a Londra a vederli, abbiamo iniziato sin da subito mettendoci del nostro ma abbiamo un background molto anni 90: c’è molto blues e molto Seattle alla base, questo background poi viene fuori.
Suonavamo ogni giorno alle 8.30 di mattina a Capannelle perché la sala in cui facevamo le prove era di un gruppo hardcore che non sapeva che noi andavamo lì a suonare, anche se questo è successo per poco, per i primi mesi.
Dopo il primo mese abbiamo registrato il primo EP che si chiama Happy con l’accento sulla y, doveva essere di 4, 5 pezzi ma poi è diventato di nove. Quel disco ci ha dato la possibilità di girare sin dall’inizio, vincemmo l’heineken jammin’ festival, ed era fatto tutto nel garage di Adriano.

Quindi per essere a Capannelle alle 8.30 vi alzavate tipo alle..?

C: Alle 7!

Da quali zone partivate?

A: dal Tufello e dai Castelli

Tenendo conto che avete collezionato tantissimi live e quattro album, praticamente siete stati sempre impegnati con la band?

C: Noi da 5 anni non facciamo altro. Suoniamo e basta.

E’ un argomento al centro di quel che si definisce (con tutte le riserve) scena musicale “emergente” in Italia e voi siete tra gli esempi di persone che riescono a vivere della propria musica, a quanto pare.

A: Quella della musica è una cosa che devi avere dentro, è una scelta talmente dettata dall’amore per la musica che se io avessi voluto fare i soldi avrei fatto un altro mestiere. Sono scelte. Io voglio essere felice nella vita e fare almeno con la musica quello che mi piace, nonostante a me piacciano tanti generi musicali e nonostante io abbia suonato con tantissime realtà completamente diverse. Però è un modo, questo, per essere felici, nella vita uno deve strare bene, no? Questo è un modo per stare bene completamente. Noi saliamo sul palco e facciamo sempre quello che ci gira per la testa.

Intervista di C. Santantonio e M. Franza

matteo:

tirate fuori la tastiera, non ci credo che non ce l'avevate

 

adriano:

ce l'avevamo in 2 pezzi

 

chiara:

quanto conta davvero l'opinione che Dio ha nei confronti dei tristi? Ovvero come chiedervi in un modo carino perchè avete deciso di intitolare con quest'affermazione l'album e quindi il pezzo

 

adriano:

per noi è importante nella musica che facciamo avere un atteggiamento positivo laddove invece magari c’è un po’ la posa del dover essere o tristi o decadentisti per fare delle cose artistiche. Io credo, almeno nel mio caso, suonare significa avere
fare musica oggi in italia è una cosa un po’ pesante, è un lavoraggio, è molto duro se lo vuoi fare in maniera importante, per cui bisogna farlo secondo me con estrema positività perché è un momento molto difficile per cui se non viene affrontato con felicità con positività per me è un po’ mortificante

chiara:

il messaggio sia stato perfettamente rispecchiato dal live
le nostre aspettative sono state più che soddisfatte, noi invece vi siamo piaciuti? Modo carino per chiedervi se vi siete fatti un’idea dell’ambiente, perché avete suonato anche all’italia wave qui e anche in altre idee volevo sapere se vi siete fatti un’idea di quest’ambiente, com’è andato il live?

Cesare:

il live è andato benissimo, ci siamo divertiti perché il pubblico era molto partecipativo quindi noi diciamo sempre il live si fa tutti insieme, ci piace quest’idea di live, improvvisiamo tanto e le improvvisazioni vengono fuori insieme al pubblico, è come un rito che si crea. Quando escono le date al sud siamo sempre contentissimi, poi io sono pugliese quindi sono di parte (leporano, taranto), è evidente quanto bisogno ci sia di gruppi alternativi, di musica diversa, che non sia la cover band, stasera è una dimostrazione, lo dico perché conosco benissimo la realtà di questi posti, infatti lunga vita a posti come il triade che danno la possibilitàa noi di poter scendere. Ci fa piacere suonare in generale, ma venire al sud con 500persone stasera, 600 ieri e poi mi capita di parlare con gente che non è mai venuta ad un nostro concerto però conosceva le canzoni, noi ci fa molto effetto questa cosa.

K:

live siete molto diversi da studio, grande attività live cosa acquisite/perdete live/studio

noi abbiamo avuto sin dall’inizio un atteggiamento volto alla performance dal vivo, abbiamo sempre cercato di esprimerci più a nostro agio con i concerti. Andando avanti c’è stata la curiosità, il bisogno di dover fermare delle idee, dei dischi. Questo è significato anche un po’ evolverci, e maturare anche prospettive diverse come possono essere gli arrangiamenti, il sound. Noi come entità siamo molto istintiva. Non c’è niente di pensato troppo, l’unico momento in cui pensiamo un po’ è appunto quando registriamo, per cui c’è un po’ questa dualità che però vivendo stiamo cercando di livellare. Adesso credo che se con i live siamo ad un punto, col disco stiamo ad un punto superiore.

K

Quindi il lavoro in studio è propedeutico ai live?

Adriano

Sicuramente registrare serve ancheci aiuta a maturare una coscienza artistica che stiamo pian pianino avvertendo.

Cesare:
noi inizialmente abbiamo deciso di fare il gruppo in due però non siamo partiti con una concezione del tipo “facciamo un gruppo tipo quelli” quindi sai già il sound che devi avere. È sempre stato ed è ancora un esperimento e sia il live che lo studio ci aiutano a capire il suono. Molte volte fai una cosa in sala che ti sembra fichissima, registri e fa cagare

k
formazioni in due, completezza del suono.. come scegliete la strumentazione per il sound?

Adriano:
per quanto riguarda proprio il suono dello strumento ultimamente sto cercando di capire .. perché ho tre chitrre diverse e molto spesso c’è un po’ la difficoltà a trovare un equilibrio. Questo è un aspetto sul quale non mi sono mai voluto focalizzare troppo perché per me suonare è troppo una cosa legata all’istintività. Io quando c’ho una chitarra in mano, in generale, chiudo gli occhi e vado. Crescendo magari sto capendo un po’ di cose. Sto lavorando nel senso che magari mi compro degli effetti che mi aiutano a definire un po’ più il suono , a capire quali sono le frequenze che servono per sopperire alla mancanza di un basso o di quelle frequenze in più cercando di otenere un sound che sia efficace.

K:
quanti crash rompi al mese?
cesare: no al mese no, a tour. Tutti, tutto il set. Lo rompo. Picchio un po’ troppo forte sui piatti, devo calmarmi. A volte sento le registrazioni e li suono troppo forte. Adesso sto usando piatti più pesanti, comunque. Anche quello è istintivo.

Adriano:
Io ho capito una cosa andando avanti e cioè io e cesare siamo due ragazzi un po’ selvaggi, da quando ci siamo conosciuti. Forse come persone siamo molto grezzi, non lo dico…

Cesare:
veniamo dalla provincia

Matteo:
voi avete iniziato a suonare insieme come? Amici? Insieme a scuola?

Cesare: no, a scuola no perché io sono Pugliese e lui romano, ci si conosceva tra musicisti e una volta lui mi ha proposto di fare un duo. Proviamo a vedere cosa esce da una chitarra e una batteria. Lui aveva visto i black keys in america, poi me li ha fatti conoscere, siamo andati a londra a vederli, abbiamo iniziato mettendoci però poi del nostro abbiamo un background molto anni 90: abbiamo blues e molto seattle alla base, quindi questo e poi facendo roba tua… il background è quello che viene fuori.

Suonavamo ogni giorno alle 8 di mattina a capannelle perché era la sala di un gruppo hardcore che non sapeva che noi andavamo a provare, anche se per poco, per i primi mesi.
Infatti dopo il primo mese abbiamo registrato il primo EP che si chiama happy con l’accento sulla y, che doveva essere di 4,5 pezzi ma poi è+ diventato di nove. Quel disco ci ha dato la possibilità di girare sin dall’inizio, vincemmo l’heineken jammin festival, ed era fatto tutto nel garage di adriano

Matteo
quindi per essere alle capanelle alle 8 e mezzo vi alzavate tipo alle..?

Cesare:
alle 7!

Matteo:
Da quali zone?

Adriano:
Tartufello e Castelli

K:
con una lista così folta di live e 4 dischi praticamente avete sempre e solo fatto questo

Cesare:
noi da 5 anni non facciamo altro. Suoniamo e basta.

Adriano
quello della musica è una cosa che devi avere dentro, è talmente una scelta dettata dall’amore per questa cosa… se io avessi voluto fare i soldi avrei fatto un altro mestiere. Sono scelte, noi abbiamo io voglio essere felice nella vita e fare almeno con la musica quello che mi piace, nonostante comunque a me piacciono tanti generi musicali e nonostante io abbia suonato con tantissime relatà completamente diverse. Però è un modo questo per essere felici, nella vita uno deve strare bene, no?^ questo è un modo per stare bene completamente. Noi saliamo sul palco e facciamo sempre quello che ci gira per la testa.

 

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