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"Una storia del XX secolo (1994) di Charles Bukowski “

Di Alessandro Varrassi

"Non era la mia giornata. Né la mia settimana. Né il mio mese. Né il mio anno. Né la mia vita. Accidenti.”

Alzi la mano chi non ha mai pensato, prima o poi, una cosa del genere del corso della sua vita. Charles Bukowski (1920-1994) si fa cantore di questa “massima” e narra nelle sue opere di personaggi quasi agli estremi della società, molto spesso autobiografici, consapevoli di una vita non degnamente vissuta, vinti nel profondo dell’animo, ma non certo noiosi. Alcol, scommesse, donne (belle o brutte non fa differenza), lucida ironia. Sono queste le parole chiave del Bukowski uomo, che si ritrovano anche nel Bukowski scrittore.

Non è da meno “Pulp”, romanzo uscito pochi mesi dopo la sua scomparsa, in cui il protagonista, l’investigatore privato Nick Belane, è chiaramente ricostruito sulla figura dello scrittore, come Henri Chinaski in altri racconti precedenti. Rispetto a quest’ultimo, però, aumenta la consapevolezza della fine vicina, e le riflessioni sulla vita (“Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia un senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico”) inframmezzano la narrazione.
Nick Belane, 55 anni, vive a L.A., ha alle spalle 3 matrimoni, squattrinato, decisamente sovrappeso, vagabonda per bar quasi tutte le sere (quando non beve in casa), e appena ha un po’ di denaro lo si trova all’ippodromo a giocare ai cavalli. In “Pulp”, questo investigatore privato viene coinvolto in tre “casi inconsueti” (alieni, con vizi umani, e la Signora Morte come protagonisti), sovrapposti come tempi e che si riveleranno legati più o meno intensamente tra di loro.

Il protagonista mantiene, come l’Henri Chinaski d’annata, un lucido (strano a dirsi, vista la quantità d’alcol “tracannata”) distacco dal mondo, vissuto con venature di sarcasmo e di profondo cinismo. Ma l’autocommiserazione non si addice a Belane (e a Bukowski), legato come molte volte nei personaggi dello scrittore americano alle piccole cose quotidiane, pur nella consapevolezza del nulla che pervade le nostre esistenze ( “Stavamo tutti in giro in attesa di morire e nel frattempo facevamo alcune cosette per riempire lo spazio. Certuni non facevano neanche le cosette. Eravamo delle verdure”).

E il “Passero rosso” diventa una sorta di testamento per i posteri.

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