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Trilogia della città di K.

Di Valeria Nicoletti

C’era una volta la guerra. E con lei la fame, il cielo bucato dalle bombe, il grigio ricatto imposto dalla sopravvivenza. Due gemelli, abbandonati da una Madre disperata, iniziano a vivere accanto a Nonna, vecchia strega del villaggio, nella casa vicina alla frontiera della Piccola Città. In un mondo fatto di iniziali, racchiuso in coordinate imprecise, vagano figure dai contorni ancora più indecisi. Volti scarni e vestiti sempre uguali. I due bambini diventano “figli di cagna” e sopravvivono, allenando la pelle a sopportare il dolore e il freddo. L’animo a ingoiare i soprusi e a non aspettarsi la dolcezza. L’intelligenza a elaborare menzogne nel tempo di uno sparo.

Irrobustiscono lo spirito. Insulti, sputati in faccia, l’uno all’altro. Le parole più belle, da scordare per sempre. “A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua”.

Irrobustiscono il corpo. Regalandosi frustate e calci. Finché è qualcun altro a farsi male.

“Il grande quaderno” è il primo atto della Trilogia della città di K. Il più intenso, dove due mani trascrivono la realtà. Bandite le impressioni. Esiliate le menzogne. Solo la verità.

l libro scorre sul campo minato di un confine. Ritmo serrato, scrittura affilata e presente indicativo. Finché una bomba non beffa la frontiera e i due gemelli si dividono.

Allora comincia “La prova” della quotidianità. Quella insondabile, che nasce dall’assenza dell’altro. Quella che costringe ogni giorno a dondolarsi, tra l’abisso e l’apatia, in attesa di impercettibili epifanie. “Bisogna continuare ad alzarsi al mattino, ad andare a letto la sera, a fare quel che bisogna fare per vivere”.

Tutto si capovolge, un’identità diventa l’anagramma dell’altra. Le voci diventano due, contrarie. La scrittura non è più all’unisono e resta l’unica a tenere il conto delle bugie. Alla fine la frontiera diventa invalicabile e il ritrovarsi più doloroso del perdersi un’altra volta.

Agota Kristof è nata in Ungheria ma ha lasciato il suo paese nel 1956. Vive in Svizzera e ha imparato a scrivere in francese. Un apprendistato necessario e travagliato che ha lasciato traccia anche ne “La terza menzogna”, parte conclusiva della trilogia.

“La scrittura non mi aiuta. È quasi un suicidio. Scrivere è la cosa più difficile del mondo. Eppure è l’unica che mi interessi. Anche se mi esaurisce”, diceva. Da apolide, ha scritto la storia di un’identità vagante, adottando la frontiera come ricorrente e ossessiva metafora. La scrittura asciutta, disperatamente quieta, rifiuta ogni orpello. Come se le stesse parole siano addomesticate per rientrare nell’idioma straniero. Come se non ci fosse spazio per le sfumature.

Ha pubblicato per Einaudi anche Ieri, La chiave dell’ascensore, L’ora grigia e La vendetta.

Agota Kristof è morta il 27 luglio del 2011.

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