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Contro la dittatura degli estetisti

Di Matteo Franza

Premessa: nel 1938 Paul Valéry scrisse: “La Storia della letteratura non dovrebbe essere la storia degli autori e degli accidenti della loro carriera o della carriera delle loro opere ma la Storia dello Spirito come produttore o consumatore di letteratura. Una simile storia potrebbe essere condotta a termine senza menzionare un solo scrittore”. Per capirci, la grandezza di un autore sta nel dire qualcosa che sia originale, ma allo stesso tempo comprensibile senza sapere cosa gli è capitato nella vita, se c’aveva la madre alcolizzata e mignotta, se era andato in guerra, o se aveva la tisi (uno con cui questa teoria funziona è sicuramente Kafka).

È così? Ora, si dà il caso che con Frida Kahlo sto discorso va in tilt. È possibile guardare un quadro di Frida Kahlo senza pensare alla sua storia terribile? È possibile ignorare che a 18 anni il bus che da scuola la riportava a casa è andato a sbattere su di un muro, con conseguenze terribili per Frida? E per conseguenze intendiamo: una colonna vertebrale rotta in 3 punti, femore frantumato, costole rotte, undici fratture alla gamba destra, spalla lussata, osso pelvico spezzato in tre e, per non farsi mancare niente, il corrimano che le era entrato nel fianco le uscì dalla vagina. Fu costretta a passare molto tempo immobilizzata a letto, iniziò a leggere e dipinse un autoritratto che regalò al suo fidanzatino. Vedendo questo, i suoi genitori decisero di regalarle un letto a baldacchino, e per stimolare la sua fantasia misero uno specchio sul soffitto (da qui nasce la sua fissa per gli autoritratti). Pensate che sia finita qui, ma no. Gli toccherà anche affrontare un aborto, l’amputazione della gamba e pure che il marito la facesse cornuta andando a letto con Cristina, sorella di Frida.

Bene, questa è la premessa da tenere a mente se avete intenzione di andare alle Scuderie del Quirinale a vedere la mostra su Frida Kahlo (fino al 30 agosto, quindi scialla). Adesso, venendo alla mostra, non ci sono oggettivamente delle vere e proprie critiche che si possono muovere (a parte le didascalie dei quadri che sono piccole e male illuminate, che ok, è un po’ fare la puntina al cazzo, ma se uno è miope come me i problemi sono seri). Le Scuderie sono il posto che allestisce le mostre migliori qui a Roma, e infatti ci sono due piani di roba organizzata bene e spiegata meglio. Tante luci, e la scelta di esporre i quadri su pareti rosso rubino e verde pastello rende giustizia ai colori usati dalla Kahlo.

Viene fuori il suo attaccamento alle radici messicane, ma soprattutto la sua capacità, tutta giocosa, di mescolare elementi e riferimenti artistici che non c’entrano un cazzo fra loro. Mescola la simbologia cristiana con quella politica, quella induista con quella politica. Ad esempio, è peculiare il ritratto che fa di una sua amica, che, dai colori alla forma ovale della cornice, richiama esattamente una madonna del Rinascimento italiano.  Però, al di là dei giochini da intellettuali, nelle sue mani il simbolismo finisce per avere a che fare con l’idea fissa e ricorrente di Frida, cioè il rapporto che c’è tra dolore e amore. Il confine non è chiaro, anzi sembra che le cose siano legate fra loro in modo irrisolvibile. Per Frida l’amore non può essere concepito (e quindi comunicato) se non si riconosce che quanto maggiore sarà l’amore, allora tanto più insopportabile sarà il dolore. Ma non intende il dolore dell'eventuale separazione, no no, lei parla proprio del dolore che viene dall'amare una persona. Non è tralasciata neanche la produzione artistica deil periodo che passò a New York, e tra le ultime sezioni spicca quella dedicata alle fotografie scattate a Frida da amici e artisti. Questa parte rivela un particolare che non ci saremmo aspettati, e cioè che in fin dei conti Frida era pure abbastanza bona. Non bona come Scarlett Johanson, ma bona di una bellezza magnetica, e di un fascino selvatico e sfuggente (tipo Romina Power). E d’altronde il numero incredibile di amanti che ha sempre avuto non fa che confermare questa ipotesi (Trosky era innamorato di lei, per dire).

Insomma, una messicana che è fica pure col monociglio e i baffetti è riuscita a mandare a puttane la teoria sullo Spirito dell'Arte che prescinde dalle vite degli autori. Paul Valéry ha detto una cazzata, e qui è ancora più evidente che nei casi di E. A. Poe o Van Gogh  

Morale della favola, a 'sta mostra dovete andarci?

Per forza. E anzi, fate una cosa, giacchè che ci siete comprate il biglietto online e di sicuro risparmiate mezz’ora di fila (che nel fine settimana diventa facilmente il doppio) (prego eh).

 

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